QUARANT’ANNI DOPO…

Nell’immaginario collettivo le riunioni con i vecchi compagni di scuola sono venate da una sottile malinconia che rimette in discussione ogni buona intenzione.il_ritorno_del_gn_2015_con_foto_1_201503241110711_vobttotxuimpp2kg8m00uchgb Ma la differenza tra gli individui è racchiusa tutta nello spirito con cui si affronta lo scorrere del tempo inesorabile e irreversibile. Chi ha paura di confrontarsi con il proprio vissuto non desidera, nemmeno nei più reconditi pensieri, ritrovare sulla sua strada chi è il simbolo di ciò che si preferisce dimenticare. Chi, invece, ritiene i ricordi il bagaglio più prezioso dell’esistenza e ripensa al passato con un sentimento più affettuoso e meno severo, ad un certo punto della sua vita vuole rimettere insieme la classe di scuola che l’ha accompagnata per un tratto sulla strada della vita. Personalmente, faccio parte di questa seconda categoria e, avendo continuato a vivere nella città in cui sono nata, cresciuta e dove ho frequentato tutte le scuole, Università compresa, ho sempre rivolto un pensiero a tutti i miei compagni di scuola. Nessuno di loro immagina quanto abbia avuto peso sulla donna che sono oggi. Nessuno di loro pensa a me come io ho continuato a pensarli. Se ripasso sotto le finestre delle case in cui hanno abitato, mi viene naturale alzare gli occhi e rivolgere loro un virtuale saluto.

     classe_federica_marchetti1_201602221111213_xdbzquxo1y3l1xlilf3pqf16l (1)

Con questa premessa e dopo aver regolarmente riunito i miei ex compagni di Ragioneria dal 1985 a oggi, a quarant’anni dalla nostra gloriosa quinta classe, ho sentito il desiderio di rivedere tutte le mie compagne delle elementari. Una per una, le ho raggiunte e ritrovate immutate, identiche alle bambine che sedevano intorno a me nella grande classe della vecchia scuola “Edmondo De Amicis” che è ancora in via Emilio Bianchi. Tutte sorprese, quasi tutte felici di risentirmi, compresa la maestra che, proprio in quella classe quinta, sostituì la vecchia insegnante in congedo per malattia. Ispirata dai ricordi e da un impulso irrefrenabile, mi sono fatta coraggio ed ho suonato al campanello della scuola chiedendo di visitarne i corridoi, le aule e persino i bagni: il personale docente e gli assistenti mi hanno accolta con cordialità, incuriositi dalla strana gitante e dal suo viaggio nostalgico. Ho condiviso con le amiche, tutte riunite in un gruppo “whattsapp”, le foto della nostra scuola poco cambiata sebbene siano passati tanti anni e tanti studenti. Poi, emozionate, incuriosite e soprattutto desiderose di ritrovarsi, finalmente ci siamo incontrate a settembre e poi di nuovo a novembre ed ora, tra breve, a marzo. Una ventina di donne ormai avviate verso la maturità con destini diversi, alcune con storie simili, altre con vicende personali uniche ma tutte affettuosamente legate le une alle altre grazie al ricordo del viaggio fatto insieme durante gli anni più importanti della vita.

 classe_federica_marchetti3_201602221111215_uq4c4ovs95nlw4s55u982iw0q

“Qualcuno ha scritto che non bisognerebbe mai ritornare sui luoghi felici della propria infanzia. Io credo invece che, ad un certo punto della propria vita, bisognerebbe tornarci per ritrovare i propri ricordi e perdercisi dentro. Passo dopo passo, con delicatezza, ripercorrere la vita a ritroso può servire a rivedere tutti i valori e ridare un peso diverso alla realtà che ci circonda.

La nostalgia può essere patetica se vissuta come dentro una telenovela e, per uscirne indenni, sono tassativamente vietati i piagnistei e le lacrimucce facili. Ma ritrovarsi per caso dentro il film del proprio passato fa rivivere tutto una seconda volta come se il potere di una bacchetta magica riportasse indietro solo la lancetta dei minuti lasciando ferma quella delle ore, immobile, sulla lucida visione della maturità.

Il miracolo della mia vita si è manifestato all’improvviso e senza che io l’andassi a cercare. Probabilmente il germe della memoria aveva messo dentro di me radici profonde, ancestrali, e ha coltivato, anno dopo anno, il suo ramoscello, sedimentando immagini, profumi e riverberi. Una luce mi ha attraversato ed io l’ho colta al volo. La via è apparsa davanti a me dritta e pronta per essere percorsa.

Sul mio cammino ho incontrato tante, tantissime persone: in privato, per studio o per lavoro, occasionalmente, ripetutamente. Alcuni più di altri, ma tutti hanno lasciato un segno. Senza che io lo volessi. Di alcuni avrei volentieri fatto a meno, molti mi hanno ferito e mai dimenticherò le offese. C’è, però, una parte della mia vita che è stata più importante di qualsiasi altra, che mi ha forgiata, che non mi ha mai abbandonato, che mi ha accompagnata in ogni fase della mia esistenza: i cinque anni delle scuole elementari.

Da allora sono passati circa quarant’anni, non ho cambiato città, mia madre vive ancora nella stessa casa di allora, i luoghi della mia infanzia mi girano ancora attorno e un giorno, per caso, mi è capitato di rifare la strada che per otto lunghi anni ho percorso per andare a scuola, prima elementare poi media. È in quei vicoli, su quei sanpietrini sconnessi, in mezzo a quegli odori caserecci e attraverso i ricordi di botteghe orai chiuse, che tutto è riemerso come da un magico portale. All’inizio ogni cosa si è mostrata coperta dietro un velo d’incoscienza, senza che io la riconoscessi, poi, come per magia, tutto è apparso chiaro, sorprendendomi.

Sebbene lo promettessi a me stessa ormai da anni, non ero ancora riuscita a riunire il gruppo delle mie ex compagne delle elementari. Se si escludono le due scomparse dai radar, posso ammettere di non aver perso di vista nessuna delle altre. Rincontrate, frequentate, mai riviste, incrociate, di tutte avevo avuto comunque qualche notizia. Sapevo, in ultimo, dove andarle a ripescare.

La città mi ha parlato di loro, i ricordi le hanno ricondotte qui, le ho ritrovate dentro di me, intatte, come nella foto di Quinta che ci ritrae sulle scale con la maestra Paola. Così sono ritornata nei loro luoghi, davanti alle loro case dove non abitano più da anni ma dove, per me, sono ancora lì, bambine, immobili, con le loro famiglie, come le ricordo io. Chi figlia unica, chi con fratelli e sorelle, chi con il cane Isotta, chi con la tata, chi all’ultimo piano, chi brava in matematica, chi in italiano, chi, come me, un po’ stralunata. Tutte con il grembiule bianco ed il grande fiocco azzurro che oggi le bambine delle elementari, già piccole lolite, non indossano più. E le nostre feste di compleanno, me le ricordo tutte, nelle loro case, con i dolcetti confezionati dalle mamme, che sgomitavano per farci sembrare belle e brave, ognuna più delle altre. Quelle  mamme, così fondamentali nel disegno delle nostre vite, così incisive nelle nostre personalità, così potenzialmente pericolose per la nostra incolumità di donne adulte e serene, oggi nonne dei nostri figli che tanto ci rassomigliano. Rassomigliamo anche noi a quelle mamme che sgomitavano per farci scavalcare le une dalle altre?

Poi c’era Carnevale con le maschere da Fata Primavera, da Perla di Labuan, da Cappuccetto Rosso o da Biancaneve. Le gare delle tabelline, le studentesse tirocinanti e il direttore Duranti, con un occhio storto che, dall’alto della sua statura, ci terrorizzava a causa del ruolo istituzionale e dell’abito eternamente grigio.

Finalmente è giunto quel giorno ed io, con la tenacia che mi contraddistingue e il fiuto da detective che il mio carattere puntiglioso mette in moto, ho deciso che le avrei riunite tutte per un’occasione indimenticabile. Così, grazie al telefono e al troppo vituperato web, lo ho ritrovate. Una ad una le ho chiamate, contattate, incontrate. Qualcuna emozionata, molte divertite, un paio infastidite, ma tutte si sono sorprese. Io, elettrizzata, le ho ritrovate tutte identiche a loro stesse, a quelle bambine di quarant’anni fa che hanno percorso per un breve tratto il mio stesso cammino verso la vita. È incredibile come il tempo scorra su di noi e ci illuda di cambiare le nostre abitudini, i nostri caratteri quando invece non fa che tenerci al caldo delle nostre antiche e dimenticate origini.

Comprendo che il valore dei ricordi è tale solo quando si raggiunge una maggiore età. Vent’anni fa, forse non avrei dato la risonanza che oggi ho riservato a tale incontro ma rivederle tutte è stato bellissimo. Non è sembrato un tuffo nel passato, siamo effettivamente cambiate, le nostre vite sono indissolubilmente mutate e niente tornerà più come prima ma è bello poter contare su una porzione di vita che, sebbene remota, è così radicata, vivida e vitale da ridipingere la vita di colori nuovi quando la realtà circostante l’aveva così ingrigita”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inserisci la risposta corretta per lasciare il tuo commento *